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26 Ott 2008 - 19:21:56
AAA--Amministratori Cercasi
Cerco almeno un ragazzo per facoltà disposto a diventare amministratore di questo blog! Chi è interessato mandi una e-mail a patavinalibertas@gmail.com di li vi contattero e ci troveremo per una riunione e un caffè...


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Commenti

Commento di: marta.murgia [ Membro ]
Ciao, vi inoltro il testo di una lettera appena inviata dal Prof Ursini ai colleghi della Facolta' di Medicina. Per controbattere, vi invio anche un meraviglioso intervento di Piero Calamandrei sulla scuola pubblica. Ci si vede domani davanti al Bo'?. Probabilmente alcuni di noi (ricercatori, assegnisti, personale tecnico amministrativo) si doteranno di cartelli con nomi, qualifica etc, per sottolineare che non si muovono solo gli studenti.

Lettera ai Colleghi di Facolta’ sulla contestazione alla Riforma Gelmini.



La protesta portata oggi in piazza dagli studenti difende solo

gli interessi di obsolete baronie?



Un’ analisi dei contenuti e delle forme della contestazione al Decreto Gelmini, mette in luce un paradosso che val la pena approfondire. A muovere come massa d’urto lo scontento giovanile, entusiasticamente pronto a cambiare il mondo, sembra esserci un’ Accademia politica ed elitaria impegnata a salvare atavici privilegi. Stiamo infatti assistendo a quello che ci appare come un ossimoro dove il tentativo di una aristicratica conservazione e’ mediato dalla lotta della massa studentesca.

Non c’è riforma universitaria che, a memoria di chi scrive , non sia stata segnata da contestazioni con occupazioni, scontri e manifestazioni di lotta: riforma Gui (1967), riforme Misasi, Malfatti (1971-74-77), riforma Valitutti (1980), riforma Galloni (1989), riforma Moratti (2005). Solo due sono state le riforme “incruente”: La riforma Sullo (1969), che apriva l'accesso a tutte le Facoltà, senza alcuna limitazione numerica e di pregressa formazione e che parimenti permetteva di rimpinguare le casse degli Atenei che potevano assumere nuovi docenti, e, negli anni 90, la riforma Berlinguer che produceva una miriade di Corsi di Laurea e una proliferazione esponenziale delle cattedre.

Le proteste, quindi, quando ci sono state, son state vera espressione del malcontento studentesco o non piuttosto un indiretto strumento di pressione politica funzionale a gruppi di potere accademico, che, disinteressato o lontano dai problemi del Paese, voleva continuare a gestire l’effimero.

Oggi il paese è di fronte ad una proposta, che, pur non essendo una riforma strutturale, palesemente e’ tesa a ridurre la spesa pubblica, attraverso un auspicato incremento del finanziamento privato alle Universita’ trasformate in Fondazioni ed una riduzione del turnover che porta alla riduzione del personale docente. Il fine non celato e’ la riduzione del flusso di risorse statali sia come fondi di gestione che attraverso la soppressione di Atenei o corsi praticamente inutili. Le spese di origine ministeriale per la ricerca non dovrebbero essere toccate dalla riforma probabilmente perche’ costituiscono una partita talmente irrisoria (0.9% del Pil) che il pudore impone di non intaccare.

Se questa proposta e’ presentata come la risposta al collasso del sistema universitario italiano, la reazione portata avanti dagli studenti appare in molti aspetti solamente funzionale alla conservazione di alcuni privilegi tipici di una parte del mondo accademico.

Proviamo ora, per sostenere questa tesi, ad analizzare la piu’ remota causa storica della crisi dell’ Universita’ italiana.


Il peccato originale:

- Valore legale in Italia del titolo di studio ed il significato sociale, amministrativo e burocratico del “pezzo di carta”. Questo vulnus alla qualificazione del prodotto accademico, che dovrebbe invece essere sostenuto su base competitiva, e’ stato generato dall’ esigenza di sostenere l’ unita’ del Paese da poco unificato, a fronte di una eterogeneita’ culturale, sociale ed economica.

Aspetti demagogici connessi:

- Perdita di significato della formazione rispetto al valore formale del titolo acquisito.

- Istituzione di Corsi che portano alla acquisizione di “ titoli legali” tanto facilmente acquisibili quanto poco qualificanti, come le recenti Lauree triennali.

- Accesso all’ Universita’ svincolato dal tipo e qualita’ di formazione pregressa.

Conseguenze:

- Mancanza di competizione tra le diverse Universita’, che appiattisce il prodotto culturale ed educativo, indebolisce la istituzioni e ben si confa’ ad interessi “baronali” diversi dalla promozione della formazione accademica.

- Mancanza di motivazione degli Atenei nella acquisizione dei migliori docenti. Diretta conseguenza di questo sono i casi di nepotismo o comunque di “diritto acquisito” di docenti a gestire la loro “successione” o la crescita della loro “scuola”. Le motivazioni di un docente a promuovere la carriera –nel migliore dei casi- di un allievo son quasi sempre diverse da quelle dell’ Ateneo ad avere il docente migliore che attragga studenti. Se non esiste, per mancanza di competizione, un forte vantaggio dell’ Ateneo ad avere il docente migliore, emergono logiche personali cui e’ difficile opporsi.

- Produzione di titoli a “basso costo” ( inclusi gli abominevoli percorsi accelerati per dipendenti dalle pubbliche amministrazioni nell’acquisizione di un titolo di “dottore” in pochi mesi, con le lauree triennali)

- Assunzione di personale docente in sovrabbondanza rispetto alle vere esigenze didattiche, ove l’unica limitante e’ il FFO usato (in moltissimi Atenei) fino all’ ultimo centesimo per stipendi. Spesa questa molto piu’ gratificante, in termini di acquisizione di consenso politico, rispetto ad investimenti per il miglioramento qualitativo dell’ Ateneo. Al riguardo e’ comunque corretto ricordare che Padova e’ un Ateneo particolarmente virtuoso in questo senso, anche se questo non ha avuto finora alcun concreto ritorno premiale da parte dello Stato.

- Moltiplicazione degli Atenei e dei titoli di studio.

- Mancato riconoscimento da parte della opinione pubblica (e probabilmente anche delle Istituzioni) della rilevanza della ricerca scientifica prodotta negli Atenei.

Aspetti di finanziamento della ricerca connessi alla situazione attuale:

I fondi per la ricerca originati dal MIUR sono quasi irrisori, mentre la procedura piu’ in rapida crescita nel Paese per la acquisizione di fondi per la ricerca biomedica –cui la popolazione e’ di necessita’ piu’ sensibile- e’ quella tristissima delle collette pubbliche. La trasformazione degli Atenei in Fondazioni dovrebbe soddisfare le premesse a che il privato possa essere motivato a sostenere la ricerca. Il paventato rischio di mancanza di liberta’ e’ inesistente. Nessuno sponsor serio avrebbe alcun vantaggio da risultati compiacenti e non e’ ignoto a nessuno che il mondo produttivo, come anche quello sanitario, ha bisogno di una buona ricerca condotta in ambiente accademico. Il sistema proposto di defiscalizzazione dei contributi del supporto alla ricerca poi e’ ampiamente sperimentato ed utilizzato nelle Societa’ occidentali.

Non si vedono argomenti, se non pretestuosi, per contestare il progetto.

Sulla base di queste considerazioni, come si puo’ sostenere che sia il desiderio di una migliore e piu’ qualificata formazione a motivare la protesta studentesca?

Manifestazioni di piazza, atteggiamenti demagogici ed un certo velleitarismo di una parte del mondo sia accademico che studentesco sembrano non essere indirizzati a dare forza, rigore e valore all’università italiana, ma molto piu’ banalmente a mantenere uno status quo di mediocrita’ in cui e’ piu’ agevole perseguire i modesti interessi di una parte del mondo docente e politico, cresciuta con una cultura clientelare, che la porta a desiderare che ci siano molte Universita’, molti Corsi, molti docenti e molti titoli con “valore legale” da distribuire.

Sembra ieri , ma vent’anni fa così Norberto Bobbio scriveva:

.. occorreva una riforma. Ma la nostra idea di riforma andava in una direzione perfettamente opposta a quella che sarebbe stata avanzata tumultuosamente dagli studenti. La nostra era una proposta di riforma tecnocratica dell’università…una impresa flessibile, ben governata e ben diretta come poteva essere una grande impresa industriale. L’università avrebbe dovuto essere ristrutturata appunto come una impresa dinamica, snella, agile, senza pastoie, esigente nella direzione degli studi, ma flessibile nel disbrigo delle pratiche burocratiche. Ciò era esattamente l’opposto di quello che avveniva nell’università italiana che era lassista nella disciplina degli studi e rigida nell’apparato burocratico. Università all’americana insomma, non ho esitazione a dirlo….mentre continuavo a dire agli studenti che la politica deve restare al di fuori dell’università,citando M. Weber: “La cattedra non è per i profeti né per i demagoghi.”

…Personalmente ritengo che di marcio in Danimarca, oggi ce ne sia ancora molto, più adesso che allora.



Gianfranco Testa
Fulvio Ursini

Ecco invece Piero Calamandrei:
"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950
   28.10.08 @ 16:25:22
Commento di: Admin [ Membro ]
Ehi se c'è qualcuno interessato mi mandi un'e-mail......
   28.10.08 @ 00:56:54
Commento di: giacomocitton [ Membro ]
per tutti quelli non iscritti al gruppo comitatomedicina e che non hanno visto l'agenda, ricordo l'incontro oggi alle 16.00 al vallis per (mi auguro) eleggere la rappresentanza per l'assembvlea delle 17.00 all'ex fiat
   27.10.08 @ 14:17:45

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